Partorire con dolcezza

Come scrive Sarah J. Buckley nel suo libro Partorire e accudire con dolcezza:

“il parto è un gesto innato e istintivo, connaturato nel nostro cervello e nel nostro corpo attraverso milioni di anni in quanto mammiferi, e progettato per garantire il migliore risultato per madre e bambino”.

La nascita: un viaggio verso la luce

La consapevolezza di essere “capaci di partorire” non cancella tutte le paure che abitualmente ruotano attorno al momento del parto.

L’importante è avere fiducia in se stesse, senza perdersi nel tumulto di ciò che si prova e di ciò che si ascolta dall’esterno. Il parto non è solo frutto di nove mesi di gestazione ma di ciò che si è vissuto all’interno della propria vita. E’ un avvenimento che potrebbe essere definito anche “traumatico” in quanto segna sicuramente una “rottura” tra quello che siamo state prima e ciò che diventeremo poi. Un evento che segnerà il nostro corpo per sempre e che ci farà provare ciò che di più simile al Divino esiste: la potenza della Creazione.

Il parto custodito

Sempre Sarah J. Buckley scrive che durante la gravidanza si è spronate ad entrare nel profondo del proprio sentire e dei propri ricordi. Un lavoro interiore costellato da ascolto e silenzio profondi può aiutare ad essere più libere durante il parto.

Per coloro che non hanno mai seguito un percorso di questo tipo, l’iniziale confusione o difficoltà possono essere gestite attraverso azioni concrete: disegnare, ad esempio, fare traccia di ciò che si sta vivendo, donare forma e colore a pensieri complessi può essere molto prezioso. O ancora scrivere una lettera al tanto temuto dolore del parto. In questo messaggio si può mettere nero su bianco i timori e le perplessità che sono custodite dentro di noi, permettendoci di fare amicizia e quindi pace con questo “mostro sconosciuto” che tanto ci spaventa.

L’accompagnamento alla nascita

Partorire è un’esperienza meravigliosa non necessariamente traumatica.

Riprendiamo la brillante intuizione del ginecologo e ostetrico francese Michel Odent, a proposito del ruolo della neocorteccia: quella zona del cervello a cui sono collegate tutte le sovrastrutture e gli schemi mentali che abbiamo creato nell’arco della nostra vita e che se stimolata in maniera eccessiva, non lascia spazio al nostro istinto primordiale più autentico.

Ruolo fondamentale, ad esempio, è quello della luce: se troppo forte inibisce il livello di melatonina (ormone prodotto dalla ghiandola pineale avente il ruolo di regolare il ciclo sonno-veglia) che permette di ridurre l’attività neocorticale.

L’altra è la sovrastimolazione intellettiva attraverso il linguaggio: un profondo e rispettato silenzio dona realmente la possibilità alla partoriente di restare esclusivamente su se stessa e la creatura, senza distrazioni esterne.

L’ossitocina: l’ormone dell’amore

Partorire è il gesto più naturale che esista ed avviene grazie al rilascio di una miscela di ormoni tra i quali è presente l’ossitocina. E’ interessante sapere che ciò che inibisce quest’ultimo è l’ormone dell’adrenalina, rilasciato nel momento in cui proviamo paura. Dunque quando la neocorteccia è “spenta” l’essere umano ha la possibilità di abbracciare il suo istinto primitivo e di assecondare tutti i suoi bisogni.

Si parla di “riflesso di eiezione del feto” nel momento in cui il neonato nasce dopo una serie di contrazioni che non lasciano spazio a movimenti volontari. Quando ciò accade la neocorteccia non sta più controllando le strutture arcaiche del cervello che regolano il momento del parto.

Può sembrare che la partoriente si estranei da questo mondo: può gridare ed assumere le posizioni più insolite. E’ importante ripetere che la donna deve essere protetta e custodita senza essere giudicata. Infatti la tendenza è quella di partorire con persone di cui ci si può fidare: la propria ostetrica, un tempo la propria madre, il proprio compagno, ecc.

Talvolta capita che nel momento in cui si avvicina la nascita, le persone che “assistono” divengano invadenti o non si rendano conto di ostacolare un profondo auto-ascolto. Questo, invece, è il momento in cui all’energia potente e creativa femminile deve esser lasciato libero sfogo.

I veri protagonisti del parto

Tante volte si dice che la protagonista del parto sia solo la madre e si trascura con troppa facilità il ruolo del neonato che, invece, sta compiendo l’enorme e cruciale viaggio verso la luce della vita. Nel momento in cui avviene il passaggio dal raccoglimento e dalla protezione dell’utero materno alla prima esposizione al mondo si assiste a qualcosa di estremamente misterioso e potente: lo sguardo della creatura e quello della madre, quando scelgono di incontrarsi, creano un’esplosione di energia.

Nello specifico, come continuano a testimoniare gli studi di Michel Odent, il punto culminante viene raggiunto quando la madre comincia a scoprire il bambino appena nato. Infatti è dimostrato che nel momento che segue la venuta al mondo della creatura, la madre ha la capacità di raggiungere un picco di ossitocina ancor più elevato di quello provato durante il parto. Questo picco è fondamentale anche per un assestamento naturale e non traumatico della placenta.

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di Chiara Giambi

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